-- Novità di vita

Mons. Carlo Molari
Marzo 2021

 

Nel corso di un interessante dibattito pubblico di qualche tempo fa, don Ermis Segatti, diocesi di Torino, notava di don Carlo Molari, teologo, la sua insistenza sul tema di Dio che è uno per tutti, come insegna ogni grande esperienza, quando la si vive, sia per entrare nel profondo e scoprire poi quest’unico Dio, già presente in ciascuna religione, sia per arrivare a scoprire l’unico Dio attraverso l’accorgersi dell’altro.

A don Segatti premeva rilevare e solo aggiungere, che una delle testimonianze capaci di spingere alla scoperta di quest’unico Dio, è il fatto, paradossalmente, che secondo una parte consistente del nostro mondo, per dinamiche già in atto o per potenziali sviluppi, proprio Dio non c’è.

Si tratta di una posizione assunta davvero da molte persone ed essa può rappresentare uno stimolo ulteriore a scoprire l’equidistanza del problema presenza-assenza di Dio, scoperta che può richiedere, dove esiste la negazione del punto unico di riferimento, una semplice e radicale testimonianza, prima ancora di evidenziare la differenza e cioè l’affermazione che Lui c’è.

Il tema non è secondario e don Molari ne chiedeva di rimando, una precisazione su cosa realmente significhi “Dio non c’è”, vale a dire se si tratta semplicemente del fatto che Dio è negato, oppure che è per nulla riconosciuto:  è importante infatti, discriminare la diversità tra la posizione che nega, che esclude Dio e quella che invece non lo riconosce, che ne è indifferente.

Ammetteva don Segatti che la negazione di Dio è sempre in qualche modo, un rapporto, mentre esiste oggi la consistente tendenza a far coincidere il problema di Dio, con il non averne più bisogno, ossia si constata la crescita di un certo modo di vivere e di essere, che parte dal presupposto dell’autosufficienza a prescindere.

La risposta di don Molari a questo punto è stata attenta ed articolata e merita sicuramente una riflessione partecipata da parte del lettore, ma ecco il ragionamento del teologo:

“Sì, capisco, questo è un problema oggi molto importante, perché si tratta di un atteggiamento assai diffuso e credo che sia proprio questa la ragione della crisi profonda, in cui si dibatte la nostra attuale cultura, in quanto, precisamente, si tiene in nessun conto l’atteggiamento necessario per esprimere ciò che è più grande di noi.

Voglio precisarlo bene questo punto, perché è essenziale:  credendo in Dio, noi diciamo questo e, se ci mettiamo in prospettiva evolutiva, questo vogliamo dire, ovvero che la forza capace di alimentare il divenire, quindi quella forza che sostiene e rende possibile l’approdo alla complessità, al far sorgere cioè, qualità nuove, questa forza esiste già.

Si tratta dello specifico della fede, che ammette il sussistere di una forza preesistente più grande di noi, la quale contiene la perfezione che deve fiorire, che deve emergere, ma l’accogliere questa forza, cioè renderla attiva, operante, richiede che essa diventi nostra azione, diventi nostra decisione, diventi nostro pensiero e perché diventi nostra azione, nostra decisione e nostro pensiero, si richiede una sintonia, l’essere cioè nella stessa lunghezza d’onda, assumere insomma, un atteggiamento consapevole di accoglienza.

Spesso porto una metafora che certamente avrete sentito tante altre volte, ma la riprendo, proprio perché esprime bene la differenza. In questa stanza ci sono adesso tanti messaggi, ci sono musiche, ci sono notizie di tipo politico, sportivo e così via, ci sono molte cose, tant’è vero che se accendiamo una radio, una televisione, un cellulare, ci sono immagini che appaiono, ci sono eventi che accadono e che ci sono comunicati, ma tutto questo è già qui dentro, tutto è qui, perché sono onde elettromagnetiche, sono già tutte qui con noi, la radio, la televisione, il cellulare non emettono niente, solo traducono a livello percepibile per noi, tutto quello che è già presente qui.

Applicando la metafora, anche noi siamo immersi in una energia grande, in dinamiche di vita che ci avvolgono, che ci attraversano, ma che devono diventare nostra realtà. Ecco mi richiamo al problema di questa mattina, che è emerso nella discussione, il problema cioè di Dio, il quale non fa le cose, ma fa che le cose si facciano: cosa vuol dire?  Vuol dire che la forza creatrice opera nulla nella creazione e nella storia, se prima non diventa azione di creature.  Questo è un principio fondamentale, che abbiamo ripetuto tante volte e che dal punto di vista teologico, è stato acquisito, lo ha ripreso Rahner, ma tanti teologi oggi lo riprendono ancora e ne scrivono, ossia Dio non fa nulla nella creazione e nella storia, che non siano le creature a fare.

Questa è un’idea già molto antica, san Tommaso parlava di causa prima e causa seconda, ma, dopo, questa terminologia scolastica ha acquistato un significato deviante, anche se mantiene un valore profondo, vale a dire che l’azione creatrice, non è una componente della creazione, ne è il principio, il fondamento, ma non è una componente e tutto ciò, nel senso che c’è nessun evento della creazione e della storia, che possa essere attribuito a Dio, ma tutto ha una causa creata.

Ecco qui c’è un’interpretazione diversa del miracolo: anche il miracolo non è un’azione che Dio fa in aggiunta a quella delle creature, perché il miracolo è sempre un’azione di creature, le quali in determinate circostanze, poiché assumono determinati atteggiamenti, sono in grado di esprimere la potenza della vita, che è presente ed è più larga e più grande di noi.

Il miracolo esprime la potenza della vita in un modo eccezionale, cosa che quotidianamente non si riesce a fare, perché siamo pigri, perché siamo limitati ai nostri piccoli problemi, agli interessi contingenti e così via: ho ripreso questi concetti, perché sono stato sollecitato a chiarire un po’ questo aspetto, quindi, dev’essere precisato, mettiamo a fuoco, come è necessario, la giusta prospettiva.

Allora assunta questa visione, capite bene che tradurre la forza della vita, renderla nostro pensiero, nostra decisione, nostra azione, richiede un determinato atteggiamento, che chiamiamo l’atteggiamento di fede, ossia il mettersi in sintonia come la televisione e la radio, le quali riescono a tradurre segnali, solo quando si mettono in sintonia, quando, cioè, sono sulla medesima lunghezza d’onda dei segnali stessi.

Ora questo atteggiamento di sintonia è della fede, solo che, ed è qui il punto a cui giustamente don Ermis si riferiva, l’atteggiamento di sintonia, non si concretizza semplicemente andando in chiesa o neppure nominando Dio:  questo atteggiamento di sintonia può infatti avere, anche una forma laica, nel senso che un individuo può, magari proprio per tradizioni religiose poi, forse, abbandonate, essere talmente educato a cercare la giustizia e la verità, da arrivare ad assumere un atteggiamento di accoglienza di fede, esercitata anche senza fare riferimento a Dio.

Allo stesso modo può accadere che molti, che si dichiarano credenti o vivono la fede anche solo in determinate circostanze, non siano invece in sintonia, quando sono impegnati in attività diverse, ragion per cui non esprimono la potenza di Dio, ma solo le loro capacità già acquisite, cioè vivono del proprio passato, non sono in grado di far emergere la novità di vita, anche se sono credenti.

Vedete, in questa prospettiva, se c’è Dio al fondo della vita, solo chi è o si mette in sintonia con la forza della vita e segue le sue leggi, solo costoro riescono a farla fiorire, sia che vadano in chiesa a pregare, sia che non preghino mai, ma vivano piuttosto, almeno in determinate circostanze, la sintonia, appunto, con questa particolare “lunghezza d’onda”.

Per questo è possibile anche l’emergenza di novità in ambiti, diciamo così, laici, però è importante rendersi conto che tutto ciò avviene, solo nel momento in cui si vive in sintonia. Se c’è, al contrario, l’illusione dell’autosufficienza, si possono certo ottenere risultati, perché ci sono degli strumenti disponibili, perché si vive del passato ed il passato conduce a ricchezze notevoli, però non si è in grado di concepire e di rendere possibile il futuro.

Credo che questo sia necessario dirlo e affermarlo,  proprio perché le novità di vita sono effetto di quella complessità, che rende possibile l’emergere di qualità nuove: ormai anche gli scienziati contemporanei utilizzano questa terminologia, l’emergenza, parola che indica i fenomeni derivati precisamente dalla complessità, e sono gli studi attuali sulla complessità, dotati adesso, di una loro propria autonomia, a parlare in modo chiaro dell’emergenza, che porta con sé il fiorire di qualità nuove, sebbene gli studiosi d’oggi, non si richiamino direttamente a Teilhard de Chardin, grande precursore comunque, di questi temi.

Allora qui sta la grande speranza di chi crede in Dio, perché si tratta di una persona, che ha già disponibile una ricchezza di vita, una forza propulsiva, che gli consente dunque, di far fiorire nella sua storia qualità umane potenziali, come la capacità di amare, la capacità di servizio, di comprensione, di dialogo, soprattutto se quelle energie, che fanno fiorire queste qualità, egli le sa accogliere, perché intorno ci sono già queste energie, la condizione per fruirne è che si viva nella lunghezza d’onda dell’azione di Dio, cioè che si seguano le dinamiche di vita in sintonia con il Vivente.

Ecco allora, per tornare alla domanda giusta di don Ermis, bisogna dire che se uno si illude di essere autosufficiente, blocca il futuro, potrà anche realizzare determinate cose in base a tutto ciò che è già emerso, ma non riesce a far fiorire il nuovo, non  può essere profeta:  questo non vuol dire che i profeti siano solo quelli che si dichiarano credenti o che vanno in chiesa, perché possono anche andare in chiesa e non assumere questo atteggiamento, però io credo che sia necessario affermare questo, ossia che la novità di vita richiede determinati atteggiamenti interiori di sintonia con l’ambito divino, a prescindere, appunto.  Non so se sono chiare queste cose".