Risonanze teilhardiane in Papa Francesco

Gérard Donnadieu

Risonanze teilhardiane in Papa Francesco

Presidente Emerito dell’Association des Amis de Teilhard de Chardin, Professore di teologia all’École Cathédral (Collège des Bernardins) di Parigi.

Colui che familiarmente chiamiamo Papa Francesco ha mostrato, da quando è stato eletto  capo della Chiesa, posizioni energiche, anche spettacolari, che hanno sorpreso e hanno conquistato ben presto il favore dei media: rifiuto di qualsiasi apparato pontificale, vicinanza ai più poveri, ascolto di cristiani in difficoltà, assistenza ai migranti di Lampedusa, rigetto della scalata militare in Siria, ecc.. ma chi è esattamente e che cosa si può dire di lui a proposito di una eventuale affinità con Teilhard de Chardin? Sarà aperto a questo pensiero come lo era il suo predecessore, il teologo Benedetto XVI, del quale conosciamo il ruolo decisivo che ha avuto nella ricezione di Teilhard da parte della Chiesa? Una lunga intervista concessa al gesuita Antonio Spadaro[1] della quale la rivista Études ha pubblicato ampi stralci, permette di rispondere in parte a tali domande.

Un gesuita dallo spirito francescano.

Papa Francesco non rinnega la propria figliolanza gesuita e riconosce il suo debito intellettuale nei rapporti della Compagnia di Gesù. I due pensatori che lo hanno maggiormente segnato, egli dice, sono due gesuiti francesi contemporanei: il teologo Henri de Lubac e Michel de Certeau noto per i suoi lavori in materia di arte e di psicanalisi e noi tutti conosciamo la grande vicinanza a Teilhard del cardinale De Lubac che scrisse ben cinque opere per difendere la memoria del suo amico! La vocazione del gesuita, dice Papa Francesco, consiste nel decentrarsi da sé per sovracentrarsi su Cristo (e questo non è Teilhard?). E per questo motivo, aggiunge, “il gesuita deve essere una persona dal pensiero incompiuto, dal pensiero aperto”, e si rammarica che questo non si sia sempre verificato nel passato della Compagnia. Questo pensiero, incompleto e aperto, non è esattamente quello di Teilhard quando scrive: “Sarò capito solo quando sarò stato superato”?

Ma Papa Francesco si caratterizza anche per una grande umiltà che lo spinge a cercare una povertà di vita tutta francescana: abitare in Vaticano in una modesta camera nella residenza Santa Marta piuttosto che negli appartamenti pontifici (che non hanno tuttavia nulla di lussuoso), spostarsi con una macchina da persona comune, conservare legami di convivialità con la sua cerchia, essere attento “ai sentimenti delle persone, specialmente dei poveri”. Questo atteggiamento gli permette di definirsi “un peccatore sul quale il Signore ha posto il suo sguardo di misericordia e di elezione”. Con la disponibilità verso tutti e in particolare verso i più piccoli e i più semplici, la capacità di dialogare con coloro che sono più lontani, la pietà semplice e la dolcezza, Papa Francesco si rivela un degno discepolo del “poverello” di Assisi. Da ciò la scelta del nome, Francesco, fino a oggi mai scelto da un Pontefice romano. Intuendo l’importanza che per la Chiesa avrebbe il ritorno alla semplicità francescana, Teilhard scriveva in una lettera all’amica Ida Treat[2]: “Abbiamo bisogno di un gruppo di nuovi San Francesco, più aperti, aggressivi e moderni di lui nel modo di amare il mondo, ma anche “anticonvenzionali” come lui nel praticare il loro ideale”. Parrebbe che Papa Francesco sia di tale tempra!

Cristo al centro.

In una lettera del 1954 a Jeanne Mortier[3], domandandosi che cosa dovrebbe fare la Chiesa di Roma per realizzare l’unione dei cristiani, dichiara che questa Chiesa piuttosto di riaffermare il proprio primato e la propria autorità dovrebbe sforzarsi di “presentare al mondo semplicemente il Cristo Universale che essa, ed essa sola, è riuscita a generare (esplicitare) nel corso degli ultimi due millenni”.

Nei confronti di un tale progetto il panorama che Teilhard aveva davanti agli occhi nel 1954 poteva sembrare scoraggiante. Ma appresso, c’è stato il Vaticano II che, con la grande Costituzione sulla rivelazione Dei Verbum, ritrova contemporaneamente il senso della durata e della storia; ricolloca il Cristo resuscitato come fondamento della fede cristiana, un Cristo totalizzatore di tutta la linfa della terra come annunciava l’apostolo Paolo. Questo cristocentrismo è diventato l’asse della predicazione degli ultimi Papi e particolarmente di Benedetto XVI, il quale ha posto la sua competenza di teologo al servizio di questa cristologia, giungendo in questo modo a riconoscere la pertinenza della visione cristica di Teilhard.

Riprendendo a sua volta, nell’enciclica Lumen fidei, la visione cristologica dei suoi predecessori Papa Francesco si inserisce incontestabilmente nella scia del Vaticano II. Ma, come dichiara nell’intervista, vi apporta una sfumatura nuova, più mistica che dogmatica. Per lui la fede cristiana è una mistica, ben prima di essere una collezione di verità da credere, un’ascesi o una morale. La fede è prima di tutto un incontro, quello con la persona vivente di Gesù Cristo. Egli precisa: “Dio si è rivelato come storia, non come una collezione di verità astratte”. E il cristiano è colui che cammina nella speranza di un incontro che non è ancora pienamente avvenuto. Per questo una parte è lasciata al dubbio, all’incertezza. “Si deve entrare nell’avventura della ricerca dell’incontro” dice Papa Francesco, per questo motivo la dottrina cristiana non è fissa, evolve e si sviluppa nel corso del tempo (il grande cardinale Newman aveva già scritto ciò). Per Papa Francesco “è così che si cresce nella comprensione della verità” e precisa: “Per colui che tende in modo esagerato alla sicurezza dottrinale, che cerca ostinatamente di recuperare il passato perduto, che ha una visione statica e non evolutiva (sembra di ascoltare Teilhard) la fede diventa un‘ideologia tra le altre”. Il dogmatismo e il legalismo sono mortiferi.

In nome di questo primato della mistica su tutto il resto Papa Francesco ci spinge “ad andare verso le frontiere”, per incontrare tutti gli uomini di buona volontà per poi dialogare con loro, e prima di tutto con quelli che non condividono la nostra fede. Pertanto bisogna saper discernere “i segni dei tempi”, cosa che apre sempre al cristiano una zona di incertezza ma anche di speranza. E bisogna anche essere nutriti di contemplazione e preghiera, come fa lui stesso: “Tra le sette e le otto della sera mi fermo davanti al santo sacramento, per un’ora di adorazione”.

Per una morale vettoriale.

In materia di etica, e senza cedere all’abbandono dell’ideale cristiano di perfezione umana, Papa Francesco si rivela essere  risolutamente pragmatico, attento alla vita reale degli uomini quale si svolge oggi in una società intrisa di materialismo, edonismo e ideologia libertaria. Si dimostra più sensibile alla misericordia che all’affermazione del rigore della legge, soprattutto quando si presenta sotto forma di un codice di principi intangibili, di un catalogo che distingua minuziosamente ciò che è permesso e ciò che è proibito. Né lassismo né rigorismo, ma l’elasticità del discernimento ignaziano che cerca di porre ogni persona su un cammino di progresso a partire dalle situazione concreta in cui si trova. È l’applicazione della legge di progressività teorizzata a suo tempo da Giovanni Paolo II, legge ben conosciuta da teologi moralisti come Xavier Thévenot; essa definisce la morale cristiana più come una morale vettoriale (che ci dà cioè il fine cui dobbiamo tendere, a rischio di accettare di passare attraverso tappe imperfette e provvisorie) che come una morale della legge da applicare ne varietur (anche se l’assoluto della legge trae vantaggio nell’essere enunciata e ricordata).

Papa Francesco, in accordo con questa morale vettoriale (anche se la parola non è pronunciata) definisce la Chiesa: “un ospedale di campagna dopo la battaglia: è inutile chiedere a un ferito grave se ha il colesterolo o se il suo tasso di zucchero è troppo alto! Dobbiamo prima curare le ferite…; bisogna incominciare dal basso”. Ed è proprio l’atteggiamento che conviene adottare “allorché si parla di aborto e morale sessuale”. E ancora le parole di misericordia di Papa Francesco quando si tratta di divorziati risposati e di omosessuali, una misericordia che non gli impedisce di sottolineare l’importanza e la fecondità dei tre voti religiosi di povertà, castità e obbedienza. In quest’ambito della morale, il Papa rischia senza dubbio di sorprenderci domani nel suo cammino missionario di “andare alle frontiere”. Egli dichiara “Sforziamoci di essere una Chiesa che trova strade nuove, che è capace di uscire da sé e di andare verso chi non la frequenta”. E ancora: “Se il cristiano è legalista o cerca la restaurazione, se vuole che tutto sia chiaro e sicuro, allora non troverà nulla!” Non è forse dovuto al fatto che Teilhard non era né legalista, né rivolto al passato e intratteneva dialoghi amichevoli con numerosi non cristiani, se ha saputo aprire, a suo rischio e pericolo, così tante strade nuove?

Una Chiesa più aperta e collegiale.

È questo l’ultimo ambito nel quale l’intervista a Papa Francesco ci riserva delle sorprese.  In primo luogo, e con rara umiltà, il Papa fa la critica del proprio modo di governare al tempo in cui era giovane provinciale gesuita a Cordoba. Governo troppo autoritario a suo parere e che ha dovuto modificare in un senso più collegiale e partecipativo, una volta diventato arcivescovo di Buenos Aires. Egli dichiara: “credo che la consultazione sia essenziale. I Concistori e i Sinodi sono per esempio luoghi importanti per rendere vera e attiva tale consultazione”. La collegialità tra il Papa e i vescovi, voluta dal Concilio Vaticano II ma mai realmente messa in atto, ha dunque buone possibilità di essere alfine applicata, così come la riforma della Curia per la quale Papa Francesco ha designato un gruppo di lavoro di otto cardinali.

Stessa cosa per il ruolo delle conferenze episcopali nazionali, snodo inevitabile per una decentralizzazione della Chiesa e che si può ritenere debbano disporre di un sovrappiù di influenza e di potere per adattare in modo più aderente a ciascun luogo i grandi orientamenti presi dal Papa e dai Sinodi. E per ciò che riguarda i vescovi, Papa Francesco dichiara che essi “devono essere uomini capaci di  sostenere con pazienza i passi che Dio compie in seno al suo popolo, di modo che nessuna persona resti indietro, ma anche di accompagnare il gregge che ha la perspicacia di trovare nuove vie”. Non incombe infatti necessariamente al magistero la funzione profetica di trovare risposte a problemi nuovi che si pongano improvvisamente alla Chiesa, ma piuttosto ai laici cristiani che si trovano direttamente di fronte a questi problemi. Questo si chiama in teologia il sensus fidelium. Papa Francesco sensibile al modello di Chiesa “popolo di Dio” così com’è stato definito dal Concilio Vaticano II, sembra aperto a un tale approccio alla funzione profetica. Osserviamo che fin dal 1915 Teilhard scriveva nel suo diario di guerra mentre leggeva le opere del cardinal Newman: “ Ricordarmi anche di quell’idea luminosa che il ruolo del Magistero funziona forse come un freno, un eliminatore, della potenza espansiva e evolutiva che sta in seno ai credenti, soprattutto pii e intellettuali (cfr. darwinismo: il magistero ha una funzione analoga alla selezione naturale)[4]. Questa nota di Teilhard non è premonitrice della posizione di Papa Francesco?

Un ultimo punto si aggiunge infine a sottolineare questa sorprendente convergenza tra Teilhard e Papa Francesco: il posto e il ruolo che occorre assicurare alla donna nella società e nella Chiesa. Noi tutti conosciamo l’esaltazione del Femminino da parte di Teilhard, il ruolo che hanno avuto le donne nella formazione del suo pensiero, da sua cugina Margherita fino alla sua ultima collaboratrice Jeanne Mortier. Ora è significativo che Papa Francesco faccia eco, nella sua intervista, al posto che dovrebbero avere le donne nella Chiesa. Ma egli dice che per risolvere questo problema è necessario elaborare una teologia approfondita del Femminino, e successivamente tirarne le conseguenze a proposito del funzionamento della Chiesa. Altrimenti, aggiunge il Papa, si rischia di trasportare sulla donna un modello maschile che non è il suo e fare dell’unisex (non è ciò che facciamo a livello della vita professionale e politica?).  Per lui l’obiettivo cui tendere è perfettamente chiaro: nella Chiesa come nella società “il genio femminile è necessario là dove si prendono le decisioni importanti.” Tale proposito di Papa Francesco non ha niente di teorico. Basta, per convincersene, leggere in questo stesso numero della rivista l’articolo dedicato da Jacqueline Barthes alla riunione che si è tenuta in Vaticano e alla quale ha partecipato, un seminario di studio internazionale convocato su iniziativa del pontificio Consiglio per i laici allo scopo di riflettere su ciò che oggi potrebbe essere una teologia della donna.

Per concludere: un giudizio premonitore di Teilhard.

È indicativo che Teilhard de Chardin, 70 anni orsono, abbia presentito le tre sfide così ben definite da Papa Francesco nella sua intervista. In una lettera indirizzata al suo amico gesuita Pierre Leroy, il 7 ottobre 1929, così scriveva: “Mi pare che nella Chiesa attuale, ci siano tre pietre caduche inserite nelle fondamenta: la prima è un governo che esclude la democrazia; la seconda è un sacerdozio che esclude e minimizza la donna; la terza è una rivelazione che esclude, per il futuro, la profezia.”[5] Auguriamo a Papa Francesco di essere il ricostruttore delle fondamenta della Chiesa, a immagine di Francesco d’Assisi che intese Gesù dirgli, nella celebre visione alla cappella di San Damiano: “Va e ripara la mia casa”.

Traduzione dal francese di Annamaria Tassone Bernardi

Articolo apparso su Teilhard aujourd'hui 15 (giugno 2014)

[1] Si ricorderà l’interessante conferenza tenuta da Padre Spadaro sulla Noosfera secondo Teilhard al Convegno Internazionale di Roma nel novembre 2012.

[2] Pierre Teilhard de Chardin, Realizzare l’uomo, tr. it.,  Il Saggiatore, Milano 1974.

[3] Pierre Teilhard de Chardin, Lettres à Jeanne Mortier, Seuil, 1984, p. 163.

[4] Pierre Teilhard de Chardin, Journal, t.1, 26 août 1915 – janvier 1919, Paris, Fayard, 1975.

[5] Pierre Teilhard de Chardin, Lettres inédites, Le Rocher, Monaco 1988, p.80.