Ricci, Teilhard e la Cina della convergenza

Georges Ordonnaud

Ricci, Teilhard e la Cina della convergenza

 

Georges Ordonnaud è economista specializzato nella cooperazione internazionale – presiede l’Associazione Francia-Thailandia -, giurista e saggista. E’ Presidente onorario dell’Association des Amis de Teilhard de Chardin, che ha diretto dal 2003 al 2008  . Ha pubblicato, fra l’altro, L’aube de l’âge teilhardienne: l’ère de la coresponsabilité (ed. L’Harmattan, 2006)

 

Cinquant’anni fa, nel 1960, effettuavo il mio primo viaggio in Cina, in un’epoca in cui il turismo era poco sviluppato. Mao Zedong, che aveva fondato la Repubblica Popolare Cinese undici anni prima, nel 1949, aveva tentato di accelerare lo sviluppo della Cina per mezzo del “grande balzo in avanti”.  Fu un cocente scacco, che Mao rese ancora peggiore alla fine degli anni 60, lanciando la criminale “rivoluzione culturale”, i cui effetti il primo ministro Zhu Enlai riuscì a limitare. Nonostante ciò, la Cina certo si costruiva, ma restava fino alla fine degli anni 70 un paese largamente sottosviluppato e con un avvenire incerto.

Ho effettuato il mio secondo viaggio nel maggio del 1979, in occasione della trentunesima sessione dell’Istituto degli Alti Studi di Difesa Nazionale, di cui ero uditore prima di divenirne direttore aggiunto tra il 1979 e il 1985. Questo viaggio fu l’occasione per assistere agli inizi del mandato di Den Xiaoping. Egli riunì la nostra sessione per novanta minuti al Palazzo del Popolo sulla Piazza Tien’anmen, precisando i diversi aspetti della sua politica di riforme e di modernizzazione in tutti i campi e insistendo sulla sua volontà di apertura verso l’estero, politica che doveva ispirare tutti i dirigenti che dovevano succedergli. Ho potuto, per parte mia, constatare l’esistenza di questa politica nel corso dei viaggi effettuati nel 1982, 1985, 1988, 1993, nella maggior parte delle province fino al Xin Jiang e allo Yunnan, e poi ancora nel 2003 e nel 2010.

Nel 2003, in quanto Presidente dell’Associazione degli Amici di P. Teilhard de Chardin, ho organizzato un dibattito “Teilhard de Chardin” a Pechino, a Tian Jin, a Shangai e negli Ordos (Mongolia interna), dove nel 1929 Teilhard doveva segnare una svolta col ritrovamento del primo cranio del Sinanthropus Pekinensis (l’uomo di Pechino). E’ su uno di quei siti, negli Ordos a Shara Ousso Gol (Sulawusu) che Teilhard scrisse La Messa sul Mondo.

Infine, nel 2010 ho partecipato al viaggio organizzato dall’Istituto Ricci per celebrare il quattrocentesimo anniversario della morte di Matteo Ricci a Pechino, viaggio durante il quale il ricordo di Padre Teilhard fu sovente evocato e associato a quello di P. Ricci.

 

Padre Matteo Ricci 

Matteo Ricci (Li Matou in cinese), gesuita italiano, nato a Macerata, è morto a Pechino nel 1610. Fu il primo religioso autorizzato dall’imperatore Wanli (dinastia Minh) a stabilirsi a Pechino. Partito da Macao, divenne letterato cinese, sapendo parlare e scrivere il cinese, e intrattenne relazioni intellettuali e spirituali con numerosi letterati confuciani, tra i primi  Xu Guangqi di Shangai, che egli convertì. Egli apriva così la via ai suoi successori, che grazie a lui furono non solamente ricevuti dagli imperatori Ming poi Manciù, ma divennero loro consiglieri.  Questa evoluzione culminò nel 1692 con la pubblicazione dell’ ”Editto di Tolleranza” dell’imperatore Kang Xi, che equiparava la religione cristiana cattolica al confucianesimo, al taoismo e al buddismo.

La condanna del Vaticano contro l’azione dei gesuiti troppo compiacenti – si diceva – con il culto degli antenati e con i riti confuciani – la “questione dei riti” – doveva alla fine portare al ritiro dell’Editto di Tolleranza, e ciò portò la religione cattolica a essere praticata fino ad oggi solo da una debole minoranza.

Ricci, ricco della sua cultura occidentale e di una buona formazione teologica e scientifica (matematica, astronomia), scoprì la qualità della civiltà cinese e si convinse che, per far conoscere il Cristianesimo a quel grande popolo, era indispensabile rispettare quella cultura, conoscerla profondamente, stringere amicizia con i letterati ed ottenere l’indispensabile consenso dell’imperatore. Solo molto tardivamente purtroppo doveva essere riconosciuto giusto il punto di vista di Ricci.

 Padre Teilhard de Chardin 

Padre Teilhard de Chardin (il cui nome cinese significa “virtù dell’Alba”) aveva scoperto la Cina nel 1923 e doveva soggiornarvi dal 1926 al 1946, pur girando il mondo fino al 1939. Fu in seguito bloccato a Pechino occupata dai giapponesi dal 1939 al 1946. Egli stesso riconosceva che era grazie ai suoi lavori in Cina se aveva potuto organizzare la “piattaforma scientifica” internazionalmente riconosciuta e che aveva potuto elaborare e precisare la sua visione globale, universale, ben al di là degli aspetti scientifici.

Il grande disegno di Teilhard non era dunque, come quello di Ricci, di convertire la Cina al cristianesimo, ma di convincere l’Umanità intera circa la coerenza e la fecondità della sua visione; ogni “unità umana naturale”, come diceva Teilhard,  doveva bene o male convergere in Oméga, vertice al tempo stesso immanente e trascendente, personale, il Cristo/Oméga.

Diversamente dal Ricci, Teilhard non ha conosciuto una Cina fiera della sua grandezza imperiale, ma una repubblica che sprofondava nel caos. Essa aveva dapprima conosciuto l’umiliazione di una semi-colonizzazione imposta dal trattato di Nanchino (29 agosto 1842), poi l’occupazione giapponese di Pechino e di una parte del territorio cinese durante la Seconda Guerra Mondiale.

Anche se non era sinologo, Teilhard conosceva comunque perfettamente lo stato d’animo della giovane generazione, in particolare di quella scientifica, con la quale lavorava. Questa generazione, occidentalizzatasi volontariamente, rigettava totalmente la civiltà e la filosofia cinese tradizionale, ritenendole responsabili della decadenza della Cina. Questa generazione doveva aderire sia al Kuomintang di Tchang Kai-chek, sia al partito comunista di Mao Zedong.  Ora fin dal 1926 Teilhard aveva previsto questa evoluzione, diversamente dai grandi conoscitori della civiltà cinese. Nello stesso modo Teilhard, diversamente dalla maggior parte dei missionari, era favorevole ad una “cinesizzazione” del clero cinese, come il Vaticano auspicava.  Questo fu uno dei rari punti di accordo tra Teilhard ed il Vaticano a quell’epoca.

Come Ricci,  egli aveva una formazione teologica e scientifica e, come lui, coltivò l’amicizia con i colleghi cinesi, che egli stesso contribuì a formare o a perfezionare. Come Ricci ed i suoi successori, egli era convinto che bisognasse praticare la cooperazione, come  diciamo oggi, per poter lavorare efficacemente. Teilhard diceva di essersi mutato in  cinese quando era divenuto consigliere nel servizio geologico della Cina, considerando che l’avvenire non era più degli organismi stranieri “incistati”, in particolare come lo era stato lo stabilirsi  del Padre Licent a Tian Jin, che avrebbe dovuto abbandonare per andare a Pechino.

Infine, Teilhard era sicuro che ogni nazione dovesse partecipare a quel grande movimento di convergenza a condizione di fare prosperare uno “Spirito della Terra”. In un saggio di grande importanza, scritto il 5 luglio 1939, pubblicato in Etudes e intitolato: “Le Unità Umane Naturali; saggio di una biologia e di una morale delle razze”[1],  Teilhard de Chardin non esita ad affermare “… per ricongiungersi e per inter-fecondarsi, ci vogliono delle nazioni pienamente coscienti per una Terra totale…”. Egli precisa, il 20 maggio 1942, in “Universalizzazione e Unione”[2]“Siate della vostra razza e della vostra nazione, naturalmente. Una buona sintesi non esige forse elementi netti e forti?”.

Nel 1949, in risposta ad una inchiesta destinata all’UNESCO, Teilhard scriveva un testo su “L’essenza dell’idea di democrazia. Approccio biologico al problema” [3]. Si noterà, una volta di più, l’attualità delle intuizioni planetarie di Teilhard, particolarmente in ciò che concerne la sua nuova definizione del motto “Libertà – Uguaglianza – Fraternità”, con l’accento messo su “l’esigenza legittima di partecipazione all’affare umano… di certe classi e di certe razze, lasciate sin qui fuori dal gioco”.

      Verso una Cina della convergenza?

La Cina che Teilhard ha conosciuto rimase “fuori dal gioco…” fino al 1949. Dopo tale data, e soprattutto dopo il 1978 con l’arrivo al potere di Deng Xiao-Ping, questa situazione sarebbe cambiata. La Cina ha perseguito per trent’anni la sua politica delle riforme economiche malgrado gli avvenimenti di Tien’anmen ed è diventata il primo paese esportatore e la seconda potenza economica mondiale. Essa è fiera dei suoi risultati, simboleggiati dal fatto che nel 2008 si sono tenuti i Giochi Olimpici a Pechino e dall’impressionante esposizione internazionale a Shanghai, nel 2010.

Questo risultato è stato ottenuto però grazie al passaggio ad una economia socialista di mercato, che lascia un ruolo sempre importante allo Stato, pur liberando le iniziative delle province e delle imprese pubbliche e private. Ma la Cina ha ancora un lungo cammino da percorrere, per raggiungere l’obiettivo che ha fissato per il 2042, il secondo centenario del trattato di Nanchino. Vi arriverà solamente a condizione di superare ostacoli di ogni tipo, quali la corruzione, l’inquinamento, le disuguaglianze tra province e tra classi sociali, il rispetto dei diritti umani e le riforme politiche, che  l’attuale Primo Ministro Wen Jiabao riconosceva essere indispensabili, per assicurare il successo definitivo della riforma economica, in un discorso pronunciato nell’agosto 2010 in occasione del 30° anniversario della creazione della Zona Economica Speciale (Z.E.S.) di Shenzhan vicino ad Hong Kong.

Su quest’ultimo punto, la reazione della Cina all’attribuzione del Premio Nobel per la pace nel 2010 al dissidente Liu Xiaobo, attualmente in prigione, mostra che la riforma politica progettata dal Primo Ministro non è che agli inizi. Essa intraprenderà la riforma della sua stessa organizzazione come paese sovrano che ritiene di non dover più ricevere ingiunzioni dagli occidentali, come ai tempi del Trattato di Nanchino.

Vasto programma dunque, quello che attende le autorità cinesi da qui al 2042. Le difficoltà sono enormi, lo abbiamo visto, ma se i successori designati, a partire dalla fine del  2012, del Presidente Hu Jintao e del Primo Ministro Wen  Jiabao, che sono Xi Jinping e Li Keqiang, sapranno prendere al momento opportuno le misure indispensabili, come hanno fatto i loro predecessori, la Cina potrà accedere progressivamente ai primi ranghi. Quale cammino sarà stato percorso in meno di un secolo!

La Cina ha però fin d’ora il compito di partecipare, come grande paese corresponsabile, all’organizzazione unitaria del pianeta, prendendo, per esempio, la presidenza del G.20 alla fine del 2011 e di conseguenza a essere penetrata essa stessa di uno spirito della Terra e del senso della specie, che le permetteranno di raggiungere la temperatura psichica (in riferimento ai termini di Teilhard), che le permetterà di giocare pienamente questo ruolo. Altrimenti, inebriata dai suoi successi, dalla sua potenza economica, finanziaria, monetaria e tecnologica, la Cina potrà lasciarsi andare alla dismisura – alla hybris [4]–che si è potuto rimproverare agli Stati Uniti ai tempi della loro “superpotenza” e accarezzare di nuovo il sogno attualizzato  di un ”Impero di Mezzo”.

Non è questa tuttavia l’evoluzione più probabile. La multi-polarizzazione risultante dalla crescita di altri paesi emergenti come l’India e particolarmente il Brasile, dalla potenza sempre eminente degli USA e dalla potenza ritrovata dell’Europa, grazie all’apparizione in futuro, speriamolo, di nuovi leader politici, che abbiano la statura che conviene, convincerà la Cina che deve tener conto degli altri e perseguire una politica di “corresponsabilità”, traduzione di un nuovo multilateralismo del XXI secolo. In breve, l’ipotesi prevalente resta quella di una “Cina della convergenza”, alla scadenza del 2042…

In conclusione, non posso esimermi dal citare nuovamente questo testo premonitore di Teilhard[5], scritto nel 1954, un anno prima della sua morte, che rivela il suo realismo, quando affronta il tema “politico” – nel senso nobile di questo termine – della costruzione della Terra: “Se in questo momento parlare di organizzazione umana  universale[6] sembra essere (e lo è probabilmente di fatto) una utopia, chi ci dice che l’operazione non si farà da se stessa domani quando l’uomo si troverà portato, dall’evidenza generalizzata di convergenza filetica, a qualche forma insospettata di Senso della Specie?”.

 

Traduzione dal francese di Carlo Capello

Articolo apparso su Teilhard aujourd'hui 9 (ottobre 2011)

 
 

[1] In tome IV, La Vision du Passé, Seuil, Paris 1957

[2] Pechino. In tome VII, L’’Activation de l’Energie, Seuil, Paris 1963

[3] Parigi, 2 febbraio 1949. In tome V, L’avenir de l’homme, p. 309-315, Seuil, Paris 1959

[4] Hybris è parola del greco antico che significa tracotanza. (Ndt)

[5] “Les singularités de l’espèce humaine”, 1954, in tome II: L’apparition de l’Homme, Seuil, Paris 1956

[6] Nell’enciclica Charitas in veritate (2009), Benedetto XVI, con una formula più precisa ancora di quella di Giovanni XXIII nella Pacem in Terris (1963), afferma la necessità di creare una ‹‹Autorità politica mondiale››. Chi ne parla….anche nella Chiesa?