La lettura teilhardiana, speranza profetica per l'ordinario quotidiano?

Renato Chiera

La lettura teilhardiana, speranza profetica per l’ordinario quotidiano?*

 

Originario di Villanova Mondovì, sacerdote fidei donum in Brasile dalla Diocesi di Mondovì. Dopo aver lavorato nella parrocchia di Miguel Couto, si è dedicato ai bambini e agli adolescenti dell’area di Rio de Janeiro, fondando 32 anni fa la Casa do Menor, che ha salvato più di quindicimila ragazzi È autore di Presenza. Educare alle frontiere dell’esclusione (2011) e Dall’inferno un grido per amore (2014). Ha recentemente pubblicato il libro Provocatore di sogni.

 

 

Il 12 ottobre in Brasile è giorno di festa: la festa di “Nossa Senhora Aparecida”, la mamma “nera”, la mamma di tutte le mamme del Brasile, anche le più bisognose.

In Brasile questo è anche il “giorno dei bambini” (in portoghese “dia das crianças”): sì, proprio in Brasile, dove i bambini si vogliono eliminare e dove in questa giornata, 32 anni fa, nacque la Casa do Menor.

In un Brasile dove si crede che certi ragazzi siano irrecuperabili e che li si debba eliminare, noi diciamo che nessuno è irrecuperabile e che le persone sono buone: solo dopo essere state ferite, diventano violente, ma questa violenza si può superare cercando di donare loro amore e prospettive per un futuro migliore.

Nell’occasione di questo saggio, sono stato chiamato ad impegnarmi su una cosa, che non facevo da molto tempo. Quando ero giovane, studiando filosofia al liceo, mi imbattei in un testo di Teilhard: ne rimasi profondamente affascinato. Adesso, quando mi è stato chiesto di scriverne, ero preoccupato, perché il mio tempo disponibile per preparare il testo era poco, poi però mi sono reso conto di molte cose rileggendo i libri del nostro autore  e oggi sono contento per la possibilità che ho avuto.

Il tema del saggio è molto interessante. In particolare parlerò di “Evoluzione e Scienza”, “Fede e Scienza”, “Fede e Speranza Cristiana”, “Ottimismo Realista”, “Escatologia”. Quest’ultima significa: “in quale direzione stiamo andando? Qual è il destino dell’uomo e dell’universo?”. Ma soprattutto ci terrei a dire che escatologia è anche “Evoluzione e Speranza”: speranza di cui tutti noi abbiamo bisogno.

Teilhard dice: “Io non sono né un filosofo né un teologo, sono uno studioso del solo fenomeno, ma di tutto il fenomeno, un fisico nel senso dei greci, colui che guarda il cosmo”.

È molto difficile che qualcuno abbia tentato di mettere insieme la conoscenza di Cristo e l’idea di evoluzione, che abbia cercato di conciliare Fede e Scienza. Tuttavia cercare una sintesi di questo genere è molto importante per i giovani, i quali oggi sentono dire all’università e in molti contesti, che la Fede non esiste, perché la Scienza prova le cose: è dunque molto importante ciò che scrive Teilhard.

Il suo pensiero ha un nucleo centrale che è il concetto di evoluzione, attraverso il quale lui vorrebbe conciliare la venuta di Cristo con la scienza, pur non accettando nessun tipo di scientismo, vale a dire l´idea che solo la scienza possa aver ragione.

Nella sua opera Il Fenomeno Umano, egli traccia la storia dell’universo in un’ottica evoluzionista, fino ad arrivare al punto in cui Cristo è il momento terminale di una specie in evoluzione, che cresce oltre l’umano. La sua visione rimane controversa, infatti è stato chiamato il “gesuita proibito”. Tuttavia, egli rappresenta per molti una grande speranza, la speranza che la fede in Cristo e un approccio scientifico alla realtà del mondo, possano essere insieme ricondotti ad un solo capo, ad un solo centro:  Cristo l’evolutore. Teilhard tocca dei punti fondamentali di cui la filosofia dovrebbe discutere, ma che oggi noi non consideriamo più.

Le domande esistenziali che tutti noi dovremmo porci potrebbero essere: “Chi sono io?”, “Chi è l’uomo?”, “Da dove vengo?”, “Dove sto andando?”, “Qual è il senso?”. Quest´ultima domanda è forse la più importante, ma la mia impressione è che nella filosofia di oggi si sia un po’ persa la ricerca del “senso” e questo è un peccato.

Vorrei illustrare qui, come l’universo sia un moto ascensionale, che va verso una sempre più elevata complessità e interiorità: dalla materia, alla vita, allo Spirito e poi alla cristificazione. Si tratta di un movimento finalizzato, che ha uno scopo.

In particolare vorrei toccare tre punti fondamentali: il primo è il concetto di “Azione creatrice continua”, poi il problema del male all’interno di un processo evolutivo ed infine il vedere Cristo come punto finale, omega, punto verso cui tutti noi andiamo.

Per iniziare parliamo dell’azione creatrice. Teilhard ha un rapporto importantissimo con la creazione. Secondo le teorie antiche come quelle di Aristotele e San Tommaso, Dio crea le cose dal nulla, le cose nascono già pronte. Questo lo possiamo vedere nella Bibbia, in cui non viene spiegato come si creano le cose: semplicemente le cose sono già pronte.

Secondo Teilhard, invece, Dio non “fa” le cose, ma offre alle cose la possibilità di farsi. Questo concetto è molto bello, è il concetto di un Dio che non dà tutte le cose pronte, ma fa in modo che le cose si creino.

L’idea di Teilhard è che Dio non dà la realtà già pronta, ma offre alla realtà la possibilità di crearsi e di operare in maniera autonoma. Noi stessi siamo possibilità, abbiamo la possibilità di crearci, siamo creature in continuo divenire e in continuo sviluppo, per questo il nostro, assume il modello dell’evoluzione continua, del Dio che crea continuamente, che non dà le cose già fatte.

Papa Francesco nella sua enciclica Laudato si’ esprime questo concetto dicendo che Dio è presente nel più intimo di ogni cosa, senza condizionare l’autonomia della creatura. Dio è questa presenza divina che assicura la permanenza, lo sviluppo di ogni essere e la continuazione dell’azione creatrice: Dio crea sempre!

In quest’ottica, la creazione non va pensata come una cosa avvenuta all’inizio del tempo e destinata a riprodursi in forma statica, ma, al contrario, è un processo dinamico.

Le creature non sono già fatte da Dio, ma dipendono dalla sua azione e presenza, che alimenta la nostra vita e rende possibile tanto il nostro esistere, quanto la nostra evoluzione; così abbiamo bisogno dell’amore degli altri per crescere, perché l’evoluzione si realizza insieme.

Noi siamo dipendenti dalle nostre relazioni nel bene e nel male; noi ci amiamo, litighiamo, ci aiutiamo, facciamo le guerre, facciamo la pace, ma non è che prima “diventiamo” e poi entriamo in relazione: noi siamo relazione!

Noi siamo i nostri rapporti:  il primo rapporto è quello con i genitori, poi con i fratelli e le sorelle, poi con noi stessi, con gli amici e così via. La persona in sé è relazione, Dio è relazione: Padre, Figlio e Spirito Santo, in una continua relazione. È solo attraverso la relazione che noi “diventiamo”, dunque la prima cosa da fare è entrare in relazione:  Dio infatti, non è un architetto che costruisce la casa, ma dà alla casa il potere di costruirsi.

Tornando a Papa Francesco, egli ci dice che nella creazione non interviene Dio in ogni passo qualitativo, ma la sua è una forza che alimenta il processo, aiuta ad esprimere qualità sempre nuove, è una forza che permette alle creature di operare, ma chi opera siamo noi, in relazione con il mondo.

Dio ci ha resi autonomi, liberi di crearci, noi siamo quindi responsabili della nostra creazione. Pensiamo a ciò che succede nel mondo con le guerre, le malattie, i cambiamenti climatici: non è Dio che ha fatto tutto questo, ma l’uomo. Dio rende possibili le cose senza imporle, Dio non ha un unico progetto pronto, ma ha mille possibilità da offrire: Lui ci alimenta e ci dà la possibilità di agire.

Siccome le creature non sono compiute, sono ancora in costruzione ed è per questo che persistono il male, il dolore, l’imperfezione, perché non siamo alla fine dell’evoluzione e le persone mostrano tutti i loro limiti.

L’umanizzazione non è prossima alla perfezione ed è così che viviamo ancora tante tragedie, ma Dio affascina: l’amore attira. Chi è amato e attira non costringe, non obbliga, ma affascina.  L’amore fa sorgere, come da due persone che si amano nasce un figlio. L’amore attira, al punto che piano piano le cose compaiono, prima con le forme più semplici, poi con forme sempre più complesse, fino ad arrivare alla cristificazione, e tutto avviene perché c’è qualcuno che mi attira, che mi porta verso di sé: è il fascino che il bene esercita e che fa emergere il buono dal nulla.

Tutto questo, io lo vedo concretamente: se amo le persone, queste cambiano. Quando vado in “crackolandia”, i quarteri frequentati da spacciatori e  consumatori di crack, alcuni di loro mi chiedono di uscire dal giro, perché si sentono amati da noi, che gli portiamo sostegno e Presenza.

Un punto fondamentale è che tutte le cose si muovono verso un fine, hanno una finalità; le cose non succedono per caso, come si pensava una volta. Il traguardo del cammino sta nella pienezza di Dio, pienezza che è già stata raggiunta in Gesù risorto: fulcro e apice della maturazione universale.

Ritorniamo però, al tema del male, il male come limite. Esso non è la conseguenza del peccato degli uomini, ma fa parte del difficile percorso dell´evoluzione, della debolezza, della fragilità. Il peccato, come dico sempre ai ragazzi, è sofferenza. L’uomo è imperfetto ed è per questa imperfezione che esiste il male.

Tutti gli inizi sono imperfetti, le creature sono incompiute, ed è per questa imperfezione che il male fa parte del nostro cammino. Per questo motivo Dio non ci condanna, perché lui non vede il peccato, lui vede la fatica del figlio, che vuol crescere e durante il suo processo di crescita cade ripetutamente.

Non ci può essere una creatura perfetta già dall’inizio, la creatura difatti, non è in grado di accogliere tutta la perfezione in una volta sola, in un solo istante. È con l’evoluzione che noi cresciamo. Talvolta possiamo anche “disconnetterci” dal processo di crescita e qui allora, avvengono le retrocessioni che possono essere di civiltà, di storia, socio-politiche, come purtroppo si può vedere oggi nel mondo intero.

La creatura può “diventare” e “diventa” nel succedersi degli eventi, poco a poco accoglie la perfezione e può accadere che dopo aver avuto una retrocessione, si renda conto di aver errato, ma come dice Papa Francesco: “Siamo in costruzione, non c’è famiglia perfetta, non c’è matrimonio perfetto, non ci sono genitori perfetti, non ci sono figli perfetti, la Chiesa stessa non è perfetta, perché tutto è in costruzione”.

 

Passiamo ora ad un’altra parte del tema, anch’essa molto importante: il peccato e la morte. Dio ci “spezza” per invaderci, Dio ci “spezza” e ci sembra di non essere più nulla, ma lui ha bisogno di questo vuoto per poter entrare, ci fa sentire il “nulla” che siamo, apre un vuoto che andrà subito a colmare: è trasformazione e salvezza dentro di noi.

C’è una cosa che, in quanto prete, ho sempre sentito molto forte: durante l’Eucarestia io prendo il pane e il vino come materia e, nella consacrazione, Dio entra nella materia e la divinizza. Pane e vino diventano così corpo e sangue di Cristo: questa è la cristificazione. Dopo questa trasformazione, nella Comunione, lui ci cristifica perché ci dà Cristo, ci divinizza.

Possiamo notare questo anche in Chiara Lubich, che ha molte cose in comune con Teilhard. In particolare possiamo vederlo, quando ci dice che Dio entra in noi per divinizzarci, per farci altro Cristo, renderci capaci di avere delle relazioni.

Per questo si consacra, si consacra il dolore, si consacra il peccato. Per questo motivo io consacro il dolore della Baixada Fluminense  - un ampio territorio di favelas, con povertà e criminalità diffuse - in Brasile, il dolore dei ragazzi e dei bambini, lo faccio perché questo dolore diventa Gesù.

La Santa Messa rappresenta questa consacrazione; nella Messa, la Presenza Eucaristica entra nell’universo. Pane e vino sono frutto della terra e del lavoro dell’uomo, in cui l’uomo opera una trasformazione per far diventare l’uva e il grano rispettivamente vino e pane. Quella stessa materia, nella Messa, subisce una ulteriore trasformazione, diventando corpo e sangue del Verbo. L’Eucarestia è una sorta di anticipazione del punto di approdo di tutta la creazione. Teilhard definisce l’universo come “Ostia totale”, che si presenta a Dio per completare ciò che è iniziato con l’opera creatrice, opera che inizia con la nascita.

Parliamo ora della morte. La morte è l’atto supremo di amore: io dò tutto, perdo tutto per ricevere l’invasione completa del tutto. Chiara Lubich diceva: “io voglio essere seppellita nella terra”, questo perché il nostro corpo è stato divinizzato, cristificato, prima di tutto nel battesimo, poi ricevendo l’Ostia nell´Eucarestia; ricevendo l’Ostia, quando si muore, si diventa Ostia per la terra, aiutando la Terra a trasformarsi.

Tutto il male, la sofferenza e la morte che noi viviamo, non sono un limite, ma ci aiutano nel cammino dell’evoluzione. Tutto ciò può essere paragonato ai dolori del parto, che ci stimolano a collaborare con il Creatore per la creazione. Lo stesso lavoro umano è visto come fatica e, al pari della sofferenza e del dolore, diventa partecipazione per arrivare alla salvezza.

Dio ha voluto creare un mondo in cammino verso la salvezza finale e ciò implica la presenza dell’imperfezione e del male, anche quello fisico.  Gesù non è morto per volere di Dio, ma perché Gesù stesso lo voleva, perché ha amato fino alla fine ed è questo amore, che arriva fino alla morte che salvifica. Gesù ha amato fino alla fine: per questo la sua morte è l’atto supremo di amore ed un atto così grande non può che salvare.

Questo vale anche per ognuno di noi. Io vedo questo in Brasile: è l’amore che salva vite e Gesù è Salvatore, perché ha amato fino alla fine. Gesù ha accettato la morte, ma non ne è stato costretto, Lui non ci ha salvato perché ha sofferto, ma perché ha amato.

La sofferenza è la forma più alta di amore. L’amore cura e io lo vedo tutti i giorni in Brasile. L’amore salvifica, è un modello per noi, creature libere chiamate a fare il bene: questo salva. Il male ci accompagna fin dall´inizio in quanto le creature emergono dal peccato originale, dalle imperfezioni, ed è con la creazione che arriviamo ad una pienezza di vita.

Ultimo punto di cui vorrei discutere è il “Cristo cosmico”, cioè il Cristo nel  mondo, punto finale e culmine del processo: la speranza Cristiana.

Riassumendo le fasi della creazione abbiamo, con Teilhard, la pre-vita, la vita (cioè la biosfera), l’ominizzazione (cioè l’ominosfera), l’umanizzazione quando l’uomo inizia ad essere consapevole.

Da questa soglia in poi, la vita comincia a stabilire connessioni con altre realtà, con chi ci ha preceduti, con chi vive adesso, in rapporto con l’ambiente e con il mondo. Avviene la crescita della coscienza, degli aspetti umani, sociali e religiosi. Arriviamo così alla superumanità, per poi arrivare al punto finale che è il Cristo cosmico.

Il Cristo cosmico può essere visto come il Dio dell’Evoluzione, che arriva al Dio dei Cieli e ciò avviene quando arriva Gesù, perché Gesù è la parola incarnata, è il centro dell’Evoluzione. Cristo è alla testa del corpo cosmico, Egli completa le cose, le guida e le perfeziona. Con l’incarnazione Dio si immerge nell’Evoluzione.

È l’incarnazione che determina l’avvio della cristificazione del cosmo. Con la sua croce Gesù supera e completa ciò che manca allo sviluppo cosmico, con la sua incarnazione guida il mondo verso il punto omega, verso la vittoria che lui chiama “ultima amorizzazione” cioè la trasformazione del mondo in amore, che sarà perfetta nel ritorno finale di Cristo.

La legge di questo processo evolutivo è la relazione, è l’amore, la connessione, la comunione. L’amore ha una funzione molto importante nell’evoluzione e nella crescita.

L’amore si può vedere in tutto l’universo: negli atomi e nelle molecole, nella natura delle piante, nei fiori, negli animali che vivono insieme; anche l’uomo dovrebbe voler stare insieme ed in armonia con i suoi simili, sebbene questo non sempre avvenga. L’uomo, la natura e l’universo sono fatti per amare.

L’amore è una calamita, che ha la funzione di portarci al centro, una calamita capace di attirare l’universo verso un’unica persona: il Cristo cosmico. Un Cristo che è connesso al mondo attraverso la divinizzazione. L’universo converge verso un punto, come ci dice Teilhard, l’universo ha un fine e non può sbagliare direzione, non può fermarsi durante il cammino. Il mondo non può sbagliare, noi lo possiamo forse frenare, ma sarà la storia stessa ad inibire, coloro che lo vogliono frenare.

Il fatto che l’universo non possa sbagliare direzione o fermarsi e che dia speranza, è definito come “Ottimismo Cristiano”.

Teilhard come studioso, parla del “Canto delle cose”: l’universo canta, la vita canta e tutto ciò è grazie all’amore, per lui tutte le cose hanno una musica e questa musica è intorno a noi, come diceva anche San Francesco.

Il nostro studioso è attratto dalla forza delle cose, dalla potenza del ferro e della pietra, dalla solidità della materia, per lui la materia ha un’anima perché cresce e si trasforma, non vede altro cammino se non quello della speranza e della fiducia. Bisogna credere energicamente e con tutte le forze, che l’universo è buono, che sono buone le sue potenzialità, purché ci impegniamo affinché le cose migliorino sempre.

Il Dio dei Cieli e il Dio della Terra non sono in contrasto, la materia e lo Spirito non sono in contrasto, la comunione con Dio avviene attraverso il mondo, attraverso la natura, attraverso l’uomo.

Purtroppo questo non sempre succede oggi, in un mondo dove “scartiamo” chi è di un’altra nazionalità, di un’altra religione, un mondo dove, per risolvere i problemi, si uccide e si elimina il prossimo.

L’uomo deve essere in comunione con il cosmo: il cosmo è uno spazio speciale per Cristo. Io posso percepire la presenza di Dio nel mondo, egli si manifesta attraverso tutto ciò che ci circonda. La materia si trasforma in Spirito: noi non siamo un’anima con il corpo, siamo un corpo animato dallo Spirito. L’anima non è un qualcosa che scende dall’alto, è qualcosa che scaturisce dal basso, dalla materia, e si evolve. La materia è madre di tutte le cose. Dalla materia nascono livelli superiori fino ad arrivare all’anima.

L’attività umana aiuta il processo creatore. Con Cristo si dà il cuore, la consistenza, il volto al mondo. Si tratta di “pancristificare” l’universo, cioè di cristianizzare l’universo. Cristo non rimane fuori dall’umanità, anzi, egli è parte della creazione e dell’umanità stessa e ne garantisce la vittoria. Cristo assume il negativo e lo trasforma, garantisce la speranza. Gesù è il grande provocatore di questo sogno di speranza, che tutti possiedono, e ognuno di noi deve contribuire affinché questo sogno si realizzi.

Concludiamo citando Papa Francesco: “Non avere paura di sognare sempre, sogna quello che ancora non si vede, ma che certo arriverà”. Io dico che le utopie e i sogni sono qualcosa, che forse non riusciamo a realizzare totalmente sulla Terra, a causa delle imperfezioni e delle sofferenze, ma ci aiutano a lottare sempre per raggiungerle e Gesù risorto è la garanzia che i nostri sogni si realizzeranno. Sognare fa bene e ci aiuta a fare il bene!

Per questo e su un percorso così, nasce 32 anni fa, la Casa do Menor, un’avventura con i bambini e i ragazzi, che inizia, come mi piace dire, quando ancora ero alle elementari.

Un giorno, infatti, rimasi affascinato dalla storia di Don Bosco, famoso per aver dedicato la sua vita a bambini e ragazzi emarginati della sua epoca, e decisi così, che un giorno anche io avrei seguito le sue orme.

 

Ecco uno dei motivi per cui, nel luglio 1978, lasciai la cattedra di filosofia al liceo di Mondovì, per recarmi in missione in Brasile, in una zona molto povera della periferia di Rio de Janeiro. Esperienza che mi ha cambiato la vita e dalla quale è poi nata la Casa do Menor.

Arrivato in Brasile mi scontrai subito con la dura realtà dei meninos de rua (bambini di strada), emarginati dalla società e sterminati dagli squadroni della morte. Vedendo la necessità di amore e di cura che urgeva a questi bambini e ragazzi, decisi di non tornare più in Italia e di continuare il mio cammino al loro fianco.

I primi tempi non furono facili, all’inizio cominciai ad accogliere questi bambini e ragazzi all’interno di casa mia, nel mio garage e questo bastò per creare, nella comunità in cui vivevo, un malessere, perché questi ragazzi erano mal visti a causa della loro abitudine e necessità di rubare e in più erano sovente coinvolti nel narcotraffico. Arrivarono così le prime minacce e subii anche rappresaglie, ma ciò mi stimolò ancora di più a lottare per il futuro di questi ragazzi: di qui è maturata l’idea che poi nel 1986 ha condotto alla fondazione della Casa do Menor.

La prima struttura di accoglienza per bambini e ragazzi, è stato un capannone, ma presto, insieme ai collaboratori iniziali, ci si rese conto, che lo spazio non era sufficiente, a causa della quantità di ragazzi che avevano bisogno di aiuto.

Iniziò così, una vera e propria corsa per cercare fondi e aiuti e la Casa do Menor si  espanse e crebbe, con l´obiettivo di dare un futuro a questi bambini e ragazzi.

Infatti, grazie a concreti aiuti dall’Europa e a donazioni locali, nacquero le prime case di accoglienza, che oggi ospitano bambini e ragazzi da 0 a 18 anni, i quali si trovano, per diversi motivi, in situazione di rischio sociale e non possono vivere nelle proprie famiglie: l’opera si è espansa e sono ormai diverse le case di accoglienza presenti nello stato di Rio de Janeiro e nel nord est a Fortaleza e Santana de Ipanema.

Un ulteriore problema che sin da subito mi sono trovato ad affrontare, è stata la necessità di offrire un’alternativa alla strada per questi ragazzi ed una prospettiva di futuro, cose che hanno condotto alla nascita di due programmi essenziali nella storia della Casa do Menor: i primi corsi professionalizzanti e il lavoro comunitario.

I corsi professionalizzanti sono stati creati per poter insegnare una professione pratica, finalizzata alla costruzione di una vita indipendente: ad oggi ne sono offerti 9, tra i quali annoveriamo quelli di gastronomia, panetteria, parrucchiere, meccanica, elettricista e informatica.

Il lavoro comunitario poi, viene proposto in varie forme, tra le quali corsi di danza, percussioni e circo, svolti al centro culturale Don Adriano Hipolito (CIDAH), ma anche come doposcuola con alfabetizzazione, aiuto compiti e attività ludico-ricreative. Ad oggi sono presenti due centri di questo tipo: il progetto “Costruindo Cidadania” in Vila Claudia e il progetto “Irmã Celina” in Shangrilà, due aree molto povere controllate  dalla milizia e dai narcotrafficanti; infine offriamo un servizio di asilo comunitario in Rosa dos Ventos, un’area estremamente violenta.

Tutte le opere, che abbiamo costruito grazie ai collaboratori unitisi negli anni a me e che fino ad oggi hanno lottato al mio fianco per i figli del Brasile non amati, hanno una base comune, che è l’amore al prossimo, dunque una presenza di speranza, nella vita di tutti coloro che non sono amati e in qualche modo sono stati abbandonati.

Come penso e come, con Teilhard, ho cercato di dire in questo scritto, “l’Amore cura” ed è un fatto che si può vedere in ogni attività proposta dalla Casa do Menor e in ognuno dei bambini e ragazzi accolti dagli spazi del Brasile: quale miglior profezia per l’ordinario quotidiano?

 

* Articolo apparso su Teilhard aujourd'hui 29 (febbraio 2019)